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Giacomo Zanella Italo Francesco Baldo La Voce del Sileno

Da Zanella per Zanella

Un altro Zanella vicentino, poeta nel 1935, ammirato da Trilussa.

La Voce del Sileno di Italo Francesco Baldo
Nuova serie – Anno I,  n.5 – 24 maggio 2021

Non solo Giacomo Zanella, ma diversi  altri poeti, scrittori, artisti, scienziati  e buona gente, portano il cognome tanto importante  di “Zanella”.
Tra i tanti possiamo ricordare Amilcare Zanella, musicista, compositore e maestro di canto del soprano vicentino Marcella Ottorina Pobbe (Colzè di Montegalda, 13 luglio 1921 – Milano, 17 giugno 2003), gli scrittori Andrea, Danilo, Erik, Giuseppe, Michele, la poetessa Silvana, e i poeti  Emilio, Marcello, Massimo, Renato, il pittore Silvio e Angelo, Angelo architetto e un altro ancora statistico, Marika, biologa, Alberto ematologo e tanti altri che hanno ricoperto o ricoprono incarichi importanti e hanno prodotto e producono studi in ogni campo del sapere umano o conducono onesta vita, come si diceva nel buon tempo antico.

Il poeta Trilussa (Carlo Alberto Salustri (Roma 1871/1950), apprezzò le poesie di Mario Zanella, vicentino a Roma.

    Merita una particolare attenzione il vicentino Mario Zanella, che si traferì con la famiglia a Roma e in quella città poetò per la propria patria di origine nel suo vernacolo.
Di lui non si conosce molto, ma è autore di una simpatica silloge: El me cantare. (Versi in dialetto vicentino), Vicenza, Tip. Commerciale Editrice, 1935,  che ebbe nel 1934 l’apprezzamento di Trilussa, il grande poeta che in romanesco ben satireggiava, e del poeta vicentino scrisse: “Le ripeto volentieri con sincera cordialità che serberò un  simpatico ricordo della sua rapida ma efficace lettura.  I suoi versi, nella loro semplicità, appaiono spontanei e pieni di calore: non è poco. Attendo una delle prima copie del volume. Simpaticamente. Trilussa”.

Con il grande ricordo della propria città Mario Zanella così presentò il suo volume: “Così permetti, Vicenza mia, che, senza comparirti innanzi nella suggestiva sala del nostro Olimpico, ma da un piccolo angolo di via Nomentana, ti offra ancora una volta la mia umile voce che ha soltanto il compito di dirti tutto il bene e tutta la grande devozione che sento e che sentirò sempre per te” Roma, Aprile 1935-XIII.

 Così tra una rima e l’altra, sempre nel caro dialetto vicentino, Mario Zanella, ecco ricordare  ne La vena poetica (pp.66-67)  una corrispondenza con  “el cantor de l’Asteghelo” e, con  chiosa ironica, cerca quasi una parentela:

La vena poetica
El cognome mio xe belo, 
invidià da tanta zente…
El cantor de l’’Asteghelo
Ch’el sia forse un me parente?
Digo questo perché un verso
Scrivo ancora a tempo perso.

Qualche volta mi me sento
nel zervelo ‘na robeta,
una spezie de tormento
che lo prova ogni pöeta:
Calamaro, carta e pena
Tuto pronto per la vena.

Eco fato ‘na sestina
De sie versi marteliani,
go parlà co’ la me Nina
de sti nostri duri ani,
e così, co’ l’estro bon
butà zò go ‘na canzon.

El me màntese sta in zima
Dove nasse ogni pensiero,
po’vizin ghe xe la lima
e altri feri del mestiero:
l’ofezina xe la testa
che lavora pur de festa.

El cognome mio xe belo
E mi insisto a lavorare…
El cantor del’Asteghelo
Ch’el sia un nono de me pare?
La domanda me fa pena,
ma però mi go la vena.

Da un bel toco son qua in leto
Con ‘na gamba ligà streta.
El dotor, che sa el segreto,
el me ciama: sior pöeta!…
Finalmente, cara  tosa,
go la…vena varicosa
.

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