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Giacomo Zanella: traduzioni poetiche

1023 pagine raccolgono tutte, o quasi tutte, le traduzioni zanelliane.

da La Voce del Sileno di Italo Francesco Baldo
Anno VI – 11 gennaio 2021

XXXVI
Vestir di grazïoso italo manto
Qualche vecchio cantor greco o latino
Fu giornaliero mio trastullo e vanto
Sin dagli anni più verdi, o cardellino…

Quali versi più belli possono essere letti per presentare le traduzioni che Giacomo Zanella nel corso della sua vita fece e che oggi trovano edizione in due tomi, editi dall’Accademia Olimpica di Vicenza con la cura di Giancarlo Bettin che con “acribia”, lo afferma M. Pastore Stocchi, e attenzione le ha raccolte, quasi  avvertendo un  implicito invito espresso in un saggio del 2017.
La pubblicazione ci consente di  avere disponibili insieme tutte, o quasi tutte, come il curatore stesso ricorda, le traduzioni che il poeta compì; mancano quelle di esercizio che fece, come lui stesso ricorda, a Chiampo fanciullo:

LI
Fanciullo non provai tanta esultanza,
Quando gli occhiali si togliea dal naso
Il buon pievano e, non gerundio o caso,
Ma, dimani, dicea, piena vacanza,…

   Mancano anche quelle del periodo di formazione scolastica nel Seminario Vescovile di Vicenza e altra venivano proposte nelle Accademie tra studenti. Chiara è, invece, la sua costante attenzione nel tradurre come gli insegnarono i professori del Seminario stesso ed in particolare il compaesano don  Paolo Mistrorigo con il quale si esercitava a ben tradurre fino a quando ambedue, passeggiando per i prati e boschi di Chiampo, non si contentavano della versione.
Ma  abbiamo la nostalgia:

LXVIII
Penso a’ verdi anni miei,
quando mia cura
Era Ovidio vestir d’italo accento…
Ma anche la perenne attualità

LXXVII
O con Pindaro in veglia e con Omero,
Le tarde notti, alla verace aurora,
Che m’attende, sia vòlto il mio pensiero.

      Prima di tutto dei classici Zanella fu traduttore e accanto la Sacra Scrittura, classico anch’essa e poi via via  gli altri e con una  chiara vocazione ad intendere, inseandosi nei versi, l’idea poetica di A. Novagero (1483 – 1529); P. Ovidio Nasone (43 a.C. – Tomi, 18 d.C.), J. Racine (1639 – 1699), F. De Rioja (1583 – 1659), S. Roger (1763 –1855), Saffo (630 a.C. circa – Leucade, 570 a.C. circa), P.B. Shelley (1792 – 1822), Arifrone Sicionio (V secolo a.C.), Lydia Huntley Sigourney (1791 –1865), C.J.A. Snoilsky (1841 – 1903), traduzione notata anche a Oslo,  H. Heine; Teresa d’Avila (Santa) (1515- 1582) e di tanti altri, ben 73 (gli scrittori biblici considerati come uno), ma qualcuno è senz’altro sfuggito.

       1023 pagine, suddivise in due tomi compongono questa edizione, che raccoglie le traduzioni zanelliane. Il primo è preceduto dalla Presentazione del Presidente dell’Accademia Olimpica prof. Gaetano Thiene e dallo scritto 1988-2020 Appunti per un epilogo di Manlio Pastore Stocchi e da una Nota del curatore che evidenzia “la ricchezza culturale di Giacomo Zanella”, capace di curiosità intellettuale e di confronto con poeti e temi talora distanti dalla sua formazione e addirittura dalle sue convinzioni.

      Il primo tomo e parte del secondo (pp. 513-768) raccolgono “versione accettate”  e che sono nei volumi: Varie versioni poeticheEvangelina di H. Wadworth Longfellow, Miles Standese e scelte di sue poesie liriche, Idilli di Teocrito, J. Racine Ester.
Seguono, nel secondo Tomo, le “Versioni rifiutate”, secondo il criterio stabilito da  G. Auzzas e M. Pastore Stocchi nell’edizione de Poesie rifiutate, disperse, postume, inedite di G. Zanella (Vicenza, N. Pozza, 1991,. pp 461-62); le Versioni disperse, le Versioni Postume e, cosa veramente interessante ed importante, le Versioni inedite. Alla fine del secondo tomo la Nota sul testo, che comprende anche gli scritti di Zanella premessi ai volumi pubblicati, come, ad esempio, la Dedica a Donna Surlera, Superiore delle Dame Inglesi  (oggi Congregatio Jesu) nel Collegio di Vicenza. Il Curatore fornisce poi indicazioni dei luoghi dove sono pubblicate le Versioni o gli estremi delle Carte Zanella (CZ) in Biblioteca Bertoliana o di altri luoghi dove sono conservati manoscritti e apografi e l’Indice dei capoversi.
Purtroppo manca qualche spiegazione circa l’edizione dell’Ester di J. Racine, monca della Prefazione e del Prologo.     

       Forse sarebbe stato interessante riprodurre anche Zanella traduce Zanella, ricordando tra gli altri, ad esempio, il carme L’evoluzione e Alla Santità di Leone XIII Omaggio ed Augurio del 1887.

    Infine, ricordiamo che lo stesso Zanella fu tradotto sia in vita sia successivamente fino ad oggi.
L’ode più famosa del poeta Sopra una conchiglia fossile nel mio studio ha avuto traduzioni in latino, greco moderno Tedesco, ceco, francese, spagnolo, inglese , inglese americano, farsi, polacco, siculo, sardo campidanese.
Altre poesie e sonetti furono tradotti in latino e La veglia in armeno e il Carmen alcaicum, che chiude la silloge Astichello, da un giovanissimo Francesco Vivona di Calatafimi (TP), che sarà nel Novecento tra i massimi traduttori dell’ Eneide di  Virgilio e che è d’importanza pari a quella cinquecentesca di Annibal Caro.

  È importante sottolineare come diversi sono poi i saggi che considerano le traduzioni dello Zanella., tra i quali:
E. Mele, Giacomo Zanella ispanofilo, Estratto da “Rivista d’Italia, 10 (1907) fasc. XI, Roma, Tip. Unione Cooperative Editrice, pp.851-862.
A. Zardo, Dopo il centenario di Giacomo Zanella, suoi sentimenti e giudizi sulla letteratura tedesca, “Nuova antologia di lettere, scienze ed arti “, Serie 6 v. 212 1921 p. 131-136.
Giulio Schanz, Enrico Heine in Italia coll’aggiunta di alcuni documenti letterari e di una lettera ad Augusto Silberstein di Giulio Schanz, Com, Tip. municipale di A. Giorgetti, 1868, pp. 11-13.
G. Mazzoni, L’Italia nelle poesie di Felicia Dorothea Hemans, “Giornale Storico della Letteratura Italiana”, Dic. 1, 1932, Vol.100(300), p.277.
Chaves, Henrique de Almeida,  O mito de Camões em Itália, Lisboa, Ed. Colibri, 2001, pp. 316-319.
E. Manzotti, Un altro «Gelsomino notturno» Su Giacomo Zanella traduttore, in Colloque International «Lecture et relecture de la latinité», Bruxelles, les 7, 8 et 9 novembre 2019, ULB – Université Libre de Bruxelles, pp. 1-36.

La poetessa inglese Felicia Dorothea Hemans (1793/1835)

    L’arte del tradurre fu di Giacomo Zanella, perché egli seppe essere “artista” che ha conoscenza e, soprattutto, capacità di intendere l’idea poetica. Non si tratta, infatti, di  operare con la sola “filologia” che è strumento utile per comprendere i testi, quando non sia  però quello di Per certi filologi tedeschi, ma con quell’animus che fa propri i versi e li rende  fruibili poeticamente nell’italica lingua. Utile a questo proposito la Prefazione al testo del traduttore Giovanni Peruzzini, Fiori lirici tedeschi, Firenze, Barbèra 1870, che è riportata nel tomo II, pp1028-1029.

      La traduzione compito difficile e sappiamo bene quanto vale la versione dell’ Iliade del traduttor de’ traduttori d’Omero, rispetto ad altre, condotte  magari da poeti, come Ugo Foscolo, o con esigenze letterali da altri. Conosciamo la difficoltà di rendere un testo in altra lingua; ad esempio dell’ Infinito di Giacomo Leopardi in tedesco. Ci provò R. M. Rilke, il poeta che ebbe intensa attività di traduttore e ci riuscì e da quel momento Leopardi fu “suo” e poco importa se quel “e il naufragar m’è dolce” sia stato reso con l’espressione “infigger Schiffbruch”, anziché con il solo verbo sostantivato. Per Rilke in tedesco si rende meglio “il naufragar”,  dichiarandolo “inniger”, ossia “interiore” e così meglio si esprime il verso leopardiano. Diverse altre traduzioni troviamo nella lingua tedesca, tra queste quella di  Franz Spunda: ”Herrlich In diesem Meer zu schietern, zu versinken, (tr. delizioso è il naufragare, lo sprofondarsi in questo mare”; un’altra, quella di Ludwig Walde:” Dieses Unmessenbaren ertrinkt mein Denken / Und Untergehen ist süß in solchen Meere (questa incommensurabilità affoga il mio pensiero/e affondare è dolce in questo mare. Ma piace quella di Rilke. (cfr. G. Leopardi, Gedichte, tr. F. Spunda, Leipzig, Wolkenwanderer Verlag 1923, p. 16 e . Rovagnati, L’infinito e gli infiniti. Alcune versioni tedesche del canto XII di Leopardi tra il tardo Ottocento e il primo Novecento, in AA. VV, Spazi di transizione: il classico moderno (1888-1933), a cura di M. Ponzi, Milano, Mimesis, 2008, pp. 221-246, part. p. 239).

  Così ci si avvicina alle traduzioni in quel dialogo fortissimo tra l’Autore, il traduttore e il fruitore, dove ognuno “mette se stesso” nel “godere” dei versi. Sì, la poesia non richiede, come le scienze la più fedele adesione ai termini, essa esige di essere compresa nella sua essenza e per questo abbisogna di uno spirito poetico, come la filosofia  esige la capacità di riflettere per intendere e tradurre un pensatore e la fisica chi di fisica almeno un po’ s’intende. Forse per questo molte traduzioni “invecchiano” e nel corso degli anni talora perdono di pregnanza, ma chi sa rapportarsi al traduttore che sia del Trecento, del Settecento o del Novecento, coglie sempre il valore della versione stessa.

   Giacomo Zanella era ben consapevole del valore della poesia da versare nel “grazïoso italo manto”, come un rivivere l’atto creativo che ha informato il poeta nella sua lingua e ben concependo che  la traduzione non è un mero esercizio formale, un’operazione matematica, ma essa stessa assume emblematicamente il valore  di un’esperienza di vita e di cultura (cfr.  F. Buffoni (a cura), La traduzione del testo poetico, Milano, Guerini, 1989). Non chiudendosi certo in quel “provincialismo” di cui qualche vicentino l’accusa in malo modo, perché Zanella ebbe visione vasta: classica e contemporanea, aperta e consapevole anche dei problemi  sociali, politici e da buon sacerdote anche di quelli religiosi, dell’anima intendo, mai facendo della cultura un esercizio di egotismo, tanto caro questo ai “dottorelli” che al tempo suo Zanella chiamava quelli che oggi son detti “intellettuali”.

    Nel discorso Della filologia classica (cfr. Saggi critici, op. cit. vol. I, pp.43-60) con chiarezza  Zanella esprime il suo pensiero sul valore della lingua: “Funesto in ogni tempo alla letteratura italiana è tornato il pregiudicio di credere che pensiero e parola siano cose diverse, le quali separatamente si possono coltivare con gloria. Il pensiero né si svolge né si matura senza l’aiuto della parola, per cui vestito di forme sensibili esce dall’intelletto e passa ad operare sull’animo altrui; e d’altra parte la parola, senza la sostanza del pensiero, che sia come corpo alla veste, è vuota sonorità, brillamento che fugge, né lascia traccia durevole sulla via dell’umano progresso.”
Ciò certamente si applica a qualsiasi letteratura e qualsiasi traduzione deve tener presente questa unione, tanto che “Niuno pertanto si creda d’intendere un classico, quando sa correrlo da capo  a fondo e renderne le voci equivalenti nella lingua materna; è forza passare oltre la corteccia; trovare il nesso logico de’pensieri nascosto sotto la forma rettorica delle frasi, penetrare lo spirito, onde l’opera intera è condotta; pesare attentamente il valore di quelle sentenze, quando fossero giuste, quanto vere nei secoli dell’autore e quanto ai ostri rischiarati dal progresso delle scienze, e dalla luce divina del Cristianesimo. Senza siffatti riguardi lo studio de’ Classici può tornare inutile, com’è per que’gretti umanisti che dalla lettura di quelle pagine eloquentissime si levano coll’anima gelata e meschina di prima.”

   E l’educatore Zanella suggeriva pura  che nella scuola non si debbono imbrigliare le fantasie che “scombugliano i cervelli con i casi, con le sintassi e l’etimologie, colla tesi, coll’arsi e l’anacrusi e fan gli ingegni ottusi, ossia incapaci di leggere e intendere la poesia sia essa classica o moderna.
Non a caso Zanella sosteneva che la scuola talora sassifica gli ingeni (cfr. G. Zanella, La poetica nella Divina Commedia). Bisogna invece accostarsi all’arte, lasciando parlare l’artista, il suo modo di esprimersi con libertà, cogliendolo nel significato, nella passione, lasciarlo entrare in noi, farlo diventare un noi stessi. A che serve l’imparare a memoria un poeta se non a farlo diventare intimamente nostro e ciò non è per alunni di scuola ma per adulti che esemplarmente nei versi del poeta, nelle immagini del pittore e dello scultore, nelle armoniche architetture, nelle note del compositore e dell’interprete attento trova le proprie, anzi fruisce proprio di quelle degli artisti per meglio dire della propria vita, delle proprie passioni, stati d’animo ecc.

    Zanella  affermò il valore e la necessità di conoscere gli scrittori stranieri  nel Discorso del 14 gennaio 1867 Per l’apertura di un corso di lezioni sulla letteratura italiana nell’Università di Padova: “Ma quando io leggo gli scrittori stranieri, mi pare di essere un viaggiatore, che si porta a visitare quelle città, que’fiumi, quelle montagne: mi fo cittadino di quel popolo: dimentico per qualche tempo la mia patria, per vivere secondo le altrui costumanze e sentire come sentono gli altri”. Certo poi il ritornare nelle patrie lettere Gloria di “appartenere ad una nazione, che in molte cose, anche nella letteratura, ha sembianza propria che la distingue, e non peggio, dell’altre Nazioni:” 

     Non dilunghiamo i troppo nelle citazioni sull’arte del tradurre, leggeremo nelle Note ai due Tomi qualche significativa riga al proposito, tra cui la Prefazione a Teocrito-Idilli tradotti, dove raccogliel’eredità teocritiana del siciliano Giovanni Meli di cui traduce già nel 1851 dal siculo al toscano alcuni componimenti. (cfr. il parallelo:Teocrito-Meli del 1886) A noi non resta che cogliere, fruendo, il tradurre zanelliano e magari, se consociamo la lingua straniera dell’Autore, facciamo relazione e  con umiltà oraziana ( L. II, Ep. I, Ad Augustum), stum): “Tentavit quoque rem si digne vertere posset” con accanto quanto scrisse Zanella in “Al Lettore”,  come premessa  a Varie versioni poetiche.          

  Tanti i poeti e gli scrittori stranieri, oltre i classici, conosciuti dallo Zanella e che tradusse, cercando sempre i “colori” degli originali. e non sono, come in moltissimi traduttori, colori sbiaditi. Sono intensi e vivaci. Hanno un carattere che concorda pienamente col disegno sempre preciso, meticoloso. E il disegno, sono i colori di un miniaturista. Questo è il carattere: di qui derivano i pregi e i difetti dello Zanella traduttore” e servono anche per preparare alla conoscenza dell’originale.( E.  Romagnoli, Prefazione, a G. Zanella Versioni poetiche, Firenze, Le Monnier, 1921, pp. XXXVII- VIII)

    Certo non si traduce al modo ottocentesco dello Zanella, ma oggi come ieri il problema della traduzione soprattutto della poesia, è la capacità di rendere l’animo dei poeti, ma questo non si scopre se non si ha analisi letteraria, fondata su vaste e precise conoscenze e capacità di fruizione poetica dei poeti stessi in primo luogo, come consigliava Zanella. Non sono gli interpreti, i critici che fanno “bella” una poesia e per fruirne appieno bisogna sempre stare con i poeti frequentarli, e in ciò seguendo G. Galilei nel Dialogo sopra i due massimi, sistemi del mondo Galileo Galilei: “Il sonar l’organo non s’impara da quelli che sanno far organi, ma da chi gli sa sonare… la poesia s’impara della continua lettura de’ poeti” e questi sono in ogni dove gli originali.

A noi lettori, interpreti, traduttori non resta che immedesimarci in quei versi, farli nostri con le nostre parole, magari nella nostra lingua e proporli perché della poesia abbiamo sempre bisogno perché essa è elevazione umana, spirituale, culturale e civile. Cosa che traspare proprio nel sonetto attribuito a Santa Teresa d’Ávila, tradotto dallo Zanella e musicato recentemente dal M.° Mattia Cogo (In Amore chiama amore, Vicenza, Il Sileno, 2016, pp. 199-200).

P. Rubens: Santa Teresa d’Ávila
Ad amarti, o mio Dio, già non mi muove il
Paradiso che mi hai promesso; né lo spavento
Dell’inferno mi trattiene dall’offenderti.
Tu mi muovi, o mio Dio; mi muove il vederti
Confitto con chiodi su questa croce e scannato;
Mi muove vedere il tuo corpo pieno
Di tante ferite; mi muove l’angoscia della
Tua morte.
Muovemi finalmente il tuo amore di tal modo,
che se anche non vi fosse paradiso, ti amerei,
e ti temerei se anche non vi fosse l’inferno.
Non occorre che mi doni cosa alcuna perché
Io ti ami, perché se quanto io attendo, non
Ottenghi, io t’amerei nello stesso modo
Che ora ti amo.

Le traduzioni di Giacomo Zanella sono ancora attuali?
Questa la domanda che il saputo, retoricamente, avendo già velocissimamente detto “no”, si pone, e con fare tetrapilectomane  legge con sprezzo, giudicando il poeta ora “paesano”, ora troppo “aulico”, ma forse poco comprende lo spirito poetico e la superiore cultura del cantore dell’Astichello.

    Ora, per nostra buona sorte, abbiamo a disposizione le traduzioni. A noi leggere e soprattutto rileggere non distrattamente gli scritti dello Zanella: potremo apprezzare, seguendo, ossia facendoci anche noi allievi come Antonio Fogazzaro, ciò che dell’opera del maestro il romanziere scrisse: “più meditata, più parrà grande”.

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